Terapie Intensive Aperte ai Familiari

“Controllo ogni tanto ciò che c’è di nuovo in rete sulle terapie intensive aperte, e la mia impressione è che l’argomento non solo sia presente, ma stia piano piano assumendo lo spazio e i toni che merita. In questi due anni e mezzo, da quando sono stata male, sono passata da un pervasivo sentimento di gratitudine per chi mi ha salvato, alla stima per la professionalità del reparto a cui attribuisco il maggior merito, e poi ancora alla voglia di informarmi sulle terapie intensive, per arrivare, da questa estate, alla convinzione, ferma, che la piena apertura di un reparto come una terapia intensiva sia un diritto per tutti i cittadini di uno stato socialmente avanzato come quello italiano. Che sia un diritto, se ci pensate, è intuitivo. Può capitare che qualcuno di noi si ritrovi a diventare utente di quel sistema a cui ha contribuito nella misura prevista dal nostro Stato. Ma l’accoglienza è raramente quella che si dovrebbe riservare a un contributore. L’utente (il malato, il paziente, ….) “appartiene” sì alla comunità, ma prima ancora e molto di più, alla sua famiglia, alla sua cerchia di amici e conoscenti. Questo sta alla base della nostra società (e di molte altre). Aggiungo ancora un’altra considerazione: in terapia intensiva si finisce quando esistono fondati dubbi sulla possibilità che un individuo muoia. Ecco il punto. Come può una struttura (quella di cui ciascuno di noi è in parte azionista. come ho ricordato), impossessarsi, se pure con le migliori intenzioni, di un individuo in pericolo di vita, stabilire quanto e quando i legittimi proprietari (mi si passi il termine) possono vederlo, farsi tramite, interlocutrice, mediatrice, di una possibile morte che non le appartiene, perché appartiene ad altri che stanno fuori dalla porta? Non so se sono chiara. Voglio dire che mi pare sempre più inconcepibile che dei medici e degli infermieri che impediscono o limitano a dei parenti la possibilità di stare vicino al proprio malato si presentino poi ad un colloquio per spiegare quanto è in pericolo di vita quell’individuo (individuo che ha anche buone probabilità di morire fuori dall’orario di visita), o a quale tipo di vita andrà incontro, che i parenti scopriranno pienamente solo al momento delle dimissioni e non giorno per giorno, momento per momento. La scelta di quanto e quando stare vicino ai nostri malati non può che essere degli utenti. Ma alla stragrande maggioranza dei malati e dei parenti in Italia questo non può capitare. E allora mi pare un dovere parlarne, informare, far nascere un movimento di opinione, anche modesto, ma tenace, che non lasci l’argomento soltanto nelle mani degli operatori sanitari, perché è un argomento di tutti noi cittadini. E allora da oggi chiedo a chi leggerà queste righe, di riflettere sulla questione dell’apertura dei reparti, soprattutto delle terapie intensive. Di informarsi, di parlarne con altre persone. Di considerarla un diritto, quell’apertura. Un diritto delicato, che può richiedere tempo e attenzione (anche da parte nostra) perché lo si possa esercitare ovunque. Ma pur sempre un diritto da non dimenticare.”

da luciafontanella.com

Lucia Fontanella (Lucetta Fontanella) insegna Didattica dell’Italiano presso il Dipartimento di Scienze del Linguaggio e Letterature moderne e comparate della Facoltà di Lettere, Università di Torino. Alcuni anni fa è stata ricoverata presso una delle Terapie Intensive di Torino, una tra le poche “aperte ai familiari”, per una grave malattia. Guarita, lei che si occupa di “comunicazione”, ha preso a cuore il problema delle terapie intensive aperte e collabora con il Giviti per portare avanti questo progetto. Ha istituito un Blog, da noi linkato, da cui è tratto l’intervento che abbiamo riportato

lucia.fontanella@unito.it

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